IO NON HO SOGNI – IL LAVORO SOMMERSO E LO SFRUTTAMENTO DEI RIFUGIATI IN TURCHIA

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ualche ragazzino trascina a fatica una carriola piena di detriti da costruzione, altri bambini fanno su e giù da un’altalena cigolante.
Le canne e gli arbusti si piegano sferzati dalle raffiche che alternano i nostri silenzi, imposti da istintivi gesti con cui proteggiamo con le mani il viso dalla sabbia, al rumore sordo e violento dei colpi di martello che sulle travi vibrano in lontananza.
Adesso che il sole nato in Siria fugge oltre la Turchia, i corpi dei lavoratori siriani sui tetti delle case in costruzione sono solo sagome nere nel pallore rossastro dell’orizzonte.

Non ho che questo lavoro e la speranza di mantenerlo per sopravvivere e far sopravvivere la mia famiglia. 
Ero ricco, sai. Avevo un’impresa, con diciannove dipendenti. Avevo una villa grande, due macchine e un’altra casa dove passavo le vacanze
”. Mosa mi mostra l’immagine dei suoi cinque figli piccoli “nessuno di noi immaginava sarebbe mai successo. Che Allah ci protegga tutti e ci illumini la via”.
Ha le mani sporche di grasso e cemento rappreso che continua a cercare di pulire strofinandole contro i pantaloni.
Non supera i quarant’anni pur dimostrandone almeno dieci in più. Mi racconta di essersi sposato molto giovane.
Scorre velocemente sul display le foto dei suoi figli ungendo lo smartphone, “certo che lo so che mi stanno sfruttando, so benissimo quanto prende un turco qui. Ma è casa loro, e io non ho scelta”.

Senza nessuna ragione apparente mi assalgono i ricordi del liceo, delle ore di grammatica in cui la professoressa era solita sezionare i termini sino alla loro radice al fine di farci comprenderne in modo scientifico e puntuale l’esatto significato che hanno le parole.
Si accaniscono e si scontrano pensieri ed emozioni.
Sfruttamento” dal latino privare del frutto. Gli architetti del linguaggio intesero collegare l’azione spregevole alla defraudazione di un oggetto il cui utilizzo non si ferma al mero presente. Il frutto non dà solo sostentamento nell’immediato, ma contiene al suo interno il tesoro dei semi necessari alla continuazione della specie stessa. Lo sfruttamento al contrario priva il contadino non solo di ciò di cui sarebbe stato in possesso oggi e che lo avrebbe dovuto nutrire, bensì anche dei frutti che avrebbe ottenuto piantando i semi che gli sono stati vigliaccamente sottratti. In Turchia il frutto dell’uomo, il suo lavoro, è ridotto a merce. L’uomo stesso ad una pianta da cui esigere più fioriture possibili prima di essere estirpata e sostituita.